PONTE DELLA MEMORIA - Scrittori digitali - Gioele Maggioni
Bologna Rossa di sangue
(GUARDA IL VIDEO DI PRESENTAZIONE)
Bologna Rossa di sangue
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Bologna rossa di sangue di Gioele Maggioni (e Carlo Magistretti), publicato 30 giugno 2025 su Amazon libri.
Audiolibro dell'estratto Amazon di Bologna rossa di sangue di Gioele Maggioni (e Carlo Magistretti), publicato il 30 giugno 2025 su Amazon libri.
SOMMARIO
Capitolo 1: Ombre e silenzi
Capitolo 2: L’inizio di un’ossessione
Capitolo 3: Il richiamo sottile
Capitolo 4: Il doppio gioco di Sofia
Capitolo 5: La scatola nera
Capitolo 6: Fuga d’amore
Capitolo 7: Oltre la superficie
Capitolo 8: La verità a gocce
Capitolo 9: Sotto assedio
Capitolo 10: Vuoi fare una doccia?
Biografia dell’autore
L’arte dell’algoritmo: quando la creatività incontra l’intelligenza artificiale
Capitolo 1: Ombre e silenzi
La pioggia a Bologna non è mai un problema. O almeno, non per me. Con i suoi chilometri di portici, la città offre un riparo naturale a ogni passo, ti scivola addosso senza bagnarti davvero, lasciandoti solo quell'odore di asfalto umido che, per un vecchio relitto come il sottoscritto, è quasi un profumo di casa. La città non si ferma per quattro gocce, ma si adatta, o tira dritto, lasciando che le sue strade si specchino in pozzanghere che riflettono un cielo incerto. Era una di quelle sere, una di quelle che ti entra nelle ossa e ti lascia addosso una patina di malinconia, o forse, solo di stanchezza. Una sera perfetta per dimenticare il mondo in fondo a un bicchiere, ma il mondo, ahimè, aveva deciso di venire a bussare alla mia porta.
Giorgio Masi, piacere. O forse dispiacere. Dipende da quanto tempo mi sopportate.
Giornalista. Anzi, ex giornalista. O meglio, giornalista in pausa forzata. Di quelle pause che ti fanno venire voglia di picchiare il primo che ti dice “coraggio, si riparte!”.
E poi, si riparte da dove? Dalla mensa dei poveri? Dal divano di casa? A cinquant’anni suonati, il mio curriculum è più unto di una cotoletta alla bolognese, e le offerte di lavoro arrivano con la frequenza di un’eclissi solare. L’ultima volta che ho ricevuto una telefonata per un colloquio, era un call center che voleva vendermi pentole antiaderenti. Ho quasi accettato. Almeno avrei avuto qualcosa con cui picchiare la mia dignità residua.
Vivo in un bilocale in via del Pratello, un labirinto di vicoli dove il tempo sembra essersi fermato agli anni Settanta, tra graffiti sbiaditi, osterie chiassose e un’umanità che è un campionario perfetto di tutte le sfumature di resistenza all'omologazione. Il mio bilocale è un’estensione della mia mente: disordinato, un po’ polveroso, pieno di libri che non leggo e di appunti di articoli che non scriverò mai. La finestra si affaccia su un cortile interno dove gatti randagi si rincorrono e il profumo di fritto si mescola a quello di erba appena tagliata (o forse è qualcos'altro, chi può dirlo?).
La mia sveglia stamattina è stata la solita sinfonia di urla di ragazzini che andavano a scuola e il lamento della mia schiena che mi ricordava che sì, ho cinquant’anni e sì, ho dormito male. Di nuovo. Ho trascinato il mio corpo da mummia fuori dal letto, con l’agilità di un bradipo intossicato. La routine è sempre la stessa: caffè amaro, doccia bollente per svegliare i neuroni addormentati, e poi la solita lotta per scegliere un vestito che non mi faccia sembrare un senzatetto raffinato. Oggi, jeans e una camicia a quadri che ha visto tempi migliori. La mia "eleganza casual" è più un "casual disperato".
Mi sono seduto al tavolo della cucina, che funge anche da ufficio, sala da pranzo e, a volte, confessionale. Il mio portatile, un modello preistorico che emette un suono simile a un jet in fase di decollo ogni volta che apro una pagina, era lì, spento. Non avevo voglia di accenderlo. Ogni tanto mi illudo di trovare un'idea brillante per un articolo, ma poi mi ricordo che nessuno mi commissionerebbe neanche la ricetta del ragù. Il mio ultimo pezzo, un'inchiesta sui bagni pubblici di Bologna e il loro drammatico stato igienico, è stato rifiutato da tre testate e poi pubblicato su un blog di nicchia che si occupa di "degrado urbano e piastrelle". Un successo, insomma.
Ho acceso la radio, sintonizzandomi su un notiziario locale. Solite notizie: il sindaco che promette nuove piste ciclabili (ma poi non le fa mai), un anziano che ha ritrovato il suo gatto dopo tre giorni (che scoop!), e poi... la voce dell'annunciatrice si è fatta più grave.
“Tragica scoperta questa mattina nel quartiere Barca. Il corpo senza vita di un giovane ragazzo è stato rinvenuto in un parco pubblico. Le autorità hanno avviato le indagini, al momento non si esclude nessuna ipotesi.”
Un giovane ragazzo. Nel quartiere Barca. Un pugno allo stomaco. La Barca non è proprio il mio quartiere, ma ci sono andato qualche volta per interviste o per un caffè, anni fa, quando avevo ancora un perché di alzarmi la mattina e un taccuino da riempire. Un quartiere popolare, multiculturale, dove le case sono un po' più grigie e i volti un po' più stanchi. Ma anche un quartiere vivo, con un’energia tutta sua.
Ho spento la radio. Non perché non mi interessasse, al contrario. Ma perché la notizia mi aveva scosso in un modo che non mi aspettavo. Sarà l’età, sarà la crisi, sarà che ogni tanto mi ricordo di avere un cuore sotto questa scorza di sarcasmo. Un ragazzo. A quell’età, il mondo dovrebbe essere un’opportunità, non un’esecuzione.
Il telefono ha squillato. Era Paola, la mia migliore amica, nonché la mia unica amica superstite alla mia misantropia cronica. Paola è un’avvocata divorzista, e a volte mi chiedo chi dei due abbia la vita più triste. Lei è un tipo posato, sempre impeccabile, sposata, con due figli e una casa a Castenaso, vicino alla città, che sembra uscita da una rivista di arredamento. L’esatto opposto di me, insomma. Sono gay, il che non stupisce nessuno a Bologna, ma il mio vero problema è che continuo a preferire la solitudine alla compagnia di chiunque, perfino di me stesso.
“Giorgio, hai sentito la notizia?” la sua voce era insolitamente tesa.
“Se ti riferisci al gatto smarrito, sì, l’ho sentito. Un dramma.”
“No, stupido. Il ragazzo. Alla Barca.”
“Ah, quello. Sì. Brutta storia.”
“Bruttissima. Sai chi è?”
“No. Non ho neanche accesso ai comunicati stampa, Paola. Sono un reietto, te lo ricordo.”
“È il figlio di Karim. Quello del ristorante in via del Pratello.”
Un altro pugno. Karim. Il ristorante “La Via delle Spezie”. Ci vado spesso, quando ho voglia di cibo indiano che non sia il solito take-away. Karim è un tipo silenzioso, gentile, con una dignità che ti fa vergognare dei tuoi lamenti quotidiani. Il figlio... l’ho visto un paio di volte, quando aiutava il padre. Un ragazzo alto, con un sorriso aperto, di quelli che ti fanno credere che il mondo sia ancora un bel posto. Sarà stato sulla ventina, forse meno. Di seconda generazione, come si dice. Nato qui, cresciuto qui, ma con le radici altrove.
“Karim?” ho detto, la voce un po’ strozzata.
“Sì. Poveraccio. Sai, mi ha chiamato stamattina, era disperato. Mi ha chiesto se potevo aiutarlo a capire qualcosa, ad avere notizie.”
“E tu cosa gli hai detto?”
“Gli ho detto che non è il mio campo, ma che avrei fatto il possibile. E mi è venuto in mente... tu. Sei un giornalista, no? Hai i tuoi contatti, le tue fonti...”
“Paola, io sono un giornalista come un dinosauro è un uccellino. Estinto. I miei contatti sono i pensionati al parco e la signora del panificio. Le mie fonti sono le chiacchiere da bar e i pettegolezzi da mercato.”
“Ma dai, Giorgio! Sei bravo, lo sai. Hai sempre avuto un fiuto pazzesco per queste cose.”
“Il mio fiuto ora serve solo a capire se il latte è scaduto.”
“Smettila di fare il martire. Karim ha bisogno di aiuto. E tu, ammettilo, ti annoi a morte. Ti farebbe bene un po' di azione. Ti tirerebbe su il morale.”
“Il mio morale è più basso di una talpa in una miniera. Non c'è niente che possa tirarlo su, a parte un assegno a sei zeri e una settimana alle Maldive.”
“Ascoltami. Vieni con me. Andiamo a trovare Karim. Non devi fare niente, solo ascoltare. Magari ti viene un'idea. Magari scopri qualcosa. E poi, chissà, magari ti commissionano un pezzo. Sarebbe una storia.”
Una storia. La parola mi ha pizzicato. Come un vecchio prurito che non va via mai. Un barlume di curiosità, piccolo e fastidioso come una zanzara in piena notte. Avrei voluto dire di no, di staccare il telefono, di tornare al mio stato catatonico di pigrizia e autocommiserazione. Ma qualcosa mi ha frenato. Forse era la faccia disperata di Karim che mi balenava davanti agli occhi. Forse era la noia mortale che mi divorava. O forse, semplicemente, Paola aveva ragione. Un po' di azione, anche se involontaria, non mi avrebbe fatto male. Al massimo, avrei scritto un altro articolo sui bagni pubblici.
“E va bene,” ho sospirato. “Ma non aspettarti niente. Non ho più l'età per le avventure. E di sicuro non ho più voglia di farsi sbattere la testa contro i muri.”
“Perfetto! Ti passo a prendere tra mezz’ora. E metti su qualcosa di decente, non voglio che Karim pensi che frequento gente che vive sotto i ponti.”
Ho chiuso la chiamata con una risata amara. Decente? Ero già in jeans e camicia a quadri. Cosa voleva, che mi mettessi in giacca e cravatta per andare a trovare un padre che ha appena perso un figlio? A volte Paola era così fuori dal mondo che mi chiedevo come facesse a sopravvivere nella giungla legale.
Ho spento il portatile, ho infilato le scarpe e ho dato un’ultima occhiata al mio appartamento. Un santuario della pigrizia, della rassegnazione, ma anche della libertà. Una libertà che, a volte, pesava come un macigno.
Sono sceso in strada, l’aria frizzante del mattino mi ha pizzicato la faccia. Bologna, la Grassa, la Dotta, la Rossa. Oggi, per me, era solo la Nera. Il quartiere Barca mi aspettava, e con esso, chissà, una storia che non volevo raccontare. Una storia che, in fondo al mio cuore di vecchio cinico, sapevo già mi avrebbe tirato dentro fino al collo. Contro la mia volontà, contro ogni logica, contro ogni buon senso. Perché a volte, anche i dinosauri estinti si ritrovano a dover cacciare. E io, Giorgio Masi, mi sentivo stranamente come un vecchio T-Rex, con l’artrite e la vista annebbiata, ma ancora con una fame atavica di verità. E una gran voglia di lamentarmi durante il percorso.
Il bilocale di via del Pratello, stamattina, sembrava ancora più stretto. L'aria, già di per sé un mix di polvere e caffè stantio, era appesantita da una nuova, sgradita, dose di consapevolezza: ero di nuovo ficcato in qualcosa. Paola era venuta a prendermi col suo SUV lucido, un'offesa personale alla mia sensibilità da eco-guerriero della domenica, e aveva parcheggiato con l'agilità di un elefante in un negozio di cristalli proprio sotto il mio portone.
Karim ci ha accolto nel suo ristorante, "La Via delle Spezie", che è a un tiro di schioppo da casa mia, qui nel cuore del Pratello. Il locale, di solito un tripudio di profumi esotici e chiacchiere sommesse, era silenzioso, quasi in lutto. Karim, con la sua pelle segnata dal sole e dal lavoro, sembrava invecchiato di dieci anni in una notte. Gli occhi, di solito calmi e profondi, erano spenti, rossi. Ci ha offerto tè alla menta, ma l'amarezza che sentiva era ben più densa.
"Mio figlio... Omar," ha iniziato, la voce rauca, un sussurro, "era un bravo ragazzo. Aveva i suoi guai, certo. Qualche amico che non mi piaceva, un po' troppo tempo in giro. Ma non un criminale. Non un violento."
estratto del libro di Gioele Maggioni, Bologna rossa di sangue (Amazon libri)
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