PONTE DELLA MEMORIA - Scrittori digitali - Alessandro Mandinamo
Le Radici - Capitolo 3
I custodi dei ricordi
Le Radici - Capitolo 3
I custodi dei ricordi
(capitoli 1 - 5)
La memoria è come un vecchio ponte che ci collega alla spiaggia dei nostri ricordi. Un luogo magico, che si allontana un po’ alla volta, inghiottito da nebbie e ombre. Un ponte che resiste, si allunga e si deforma, lasciando un varco aperto ma rendendo ogni passo più incerto. A volte traballa, altre sembra crollare sotto il peso del tempo. Le assi scricchiolano, i pilastri si consumano, e ci chiediamo se quel passaggio reggerà ancora a lungo.
Ma poi arriva qualcosa. Una voce, un dettaglio, un odore, un viso familiare. Ed ecco che il ponte della memoria si rafforza. Per un attimo torna solido come un tempo, capace di portarci dall’altra parte, là dove i ricordi che credevamo perduti riprendono vita.
Lino aveva provato spesso ad attraversare quel ponte per raggiungere ricordi lontani. Seduto nella sala comune della casa di riposo dove ormai viveva, chiudeva gli occhi lentamente, e lasciava che il tempo si piegasse.
Quando accadeva, si ritrovava sulla spiaggia della sua memoria.
Lì i ricordi erano sparsi in mille granelli di sabbia, intrecciati a immagini frammentarie: una risata lontana, un odore di legna bruciata, il fruscio di foglie in un giorno d'autunno. Un miscuglio di voci, volti e sensazioni confusi, che Lino cercava di ricomporre, spesso senza riuscirci. Ma lui non si rassegnava. Ogni volta provava a dar loro forma, come un bambino che costruisce un castello di sabbia, sapendo che il vento o l’acqua lo porteranno via.
Allora molti ricordi riemergevano, diventavano riconoscibili: ecco il profumo del pane appena sfornato, un aroma che sembrava portare con sé la risata contagiosa di sua madre mentre lo chiamava per la colazione. Nella cucina, il calore del forno si mescolava al tocco ruvido del tavolo di legno, dove da bambino amava appoggiare le mani mentre aspettava impaziente quel primo boccone fragrante.
La sabbia non era solo granelli. Era una mappa intricata di frammenti e sensazioni, come se ogni piccolo ricordo fosse un tassello di un mosaico più grande. Ogni tanto un nuovo tassello si illuminava, portando con sé una storia intera. A volte, però, i tasselli si confondevano, mischiandosi in una trama difficile da decifrare. E Lino, con pazienza, continuava a cercare.
Quel giorno Lino aprì gli occhi, richiamato da una risata leggera. Due anziani sedevano poco lontano, al tavolo vicino alla finestra, immersi in una conversazione. Li osservò per un momento: ridevano come due ragazzi, con gesti vivaci e uno sguardo luminoso, nonostante le rughe profonde e le mani tremanti. “Tullio e Rosa”, pensò. Era impossibile sbagliarsi.
Erano molto più anziani di lui, ma i loro volti, segnati dal tempo, conservavano ancora qualcosa di intatto, come se l’energia di quel lontano giorno del 1950, non li avesse mai lasciati.
Lino rimase a fissarli, confuso. Aveva 80 anni, eppure si sentiva quasi un ragazzino al loro confronto, come se quelle due figure sedute fossero gli stessi Tullio e Rosa di allora, i ventenni che un giorno, sulla riva del Po, avevano trasformato una giornata qualunque in un ricordo indimenticabile. Il ponte della sua memoria tremò, come scosso da quella scoperta, e i granelli di sabbia cominciarono a comporsi.
Ora quel giorno del 1950, sulla riva del Po, brillava nella mente di Lino come un castello appena costruito, reso ancora più vivido dal suono lontano delle risate che ora risuonavano nella sala comune.
Un ricordo così vivido che sembrava fosse stato dipinto sotto i suoi occhi da una mano invisibile, intatto nei colori, ma anche nei suoni e nelle emozioni.
Tullio era seduto su uno sgabello, intento a disegnare, e Rosa, con un sorriso gentile, gli faceva da modella, seduta su una cassetta di legno. Era una bellissima giornata estiva. Il sole scintillava sull’acqua del Po e una brezza leggera ne smorzava il calore.
Ancora una volta in quel luogo, la riva del ponte natante di Settimo, con le sue assi di legno consumate dal tempo e i pali a cui erano fissate le funi che tracciavano il percorso. Era un piccolo teatro di vita, riapparso chissà come dai meandri più reconditi della memoria.
Sul fiume, il traghetto ondeggiava lento, riflettendo i raggi del sole di tarda primavera sulle sue corde tese come archi. Sulla riva, famiglie, lavoratori e bambini si muovevano tra ombre e luce, ognuno con la propria parte.
C’era chi attendeva il traghetto con la calma rassegnata di chi ha tempo da perdere, chi discuteva del raccolto o del lavoro in fabbrica, con voci basse e accenti intrecciati, e chi, come i bambini, correva con un’energia inesauribile, riempiendo l’aria di risate.
In mezzo a tutto questo, c’era lui, Lino. Aveva sei anni e correva a perdifiato, con i piedi scalzi che affondavano nella sabbia morbida. Giocava a nascondino con altri bambini, mimetizzandosi dietro le barche, i pantaloncini corti sporchi di polvere e le ginocchia sbucciate. Ogni volta che qualcuno lo trovava, rideva così forte che doveva fermarsi a riprendere fiato, con il cuore che batteva forte e il volto rosso di felicità.
Poco distante, in un angolo tranquillo, un ragazzo seduto su uno sgabello pieghevole teneva in mano una matita colorata.
Tullio, vent’anni, arrivato da poco a Settimo Torinese, stava ritraendo Rosa. La ragazza, diciannovenne, era seduta su una vecchia cassetta di legno. Aveva gli occhi socchiusi per il sole e un sorriso appena accennato. Era incuriosita da quel giovane veneto con l’accento strano e il talento di trasformare un foglio bianco in qualcosa di vivo.
“Non muoverti troppo,” disse Tullio senza alzare gli occhi. “Sei perfetta così.”
Rosa ridacchiò. “Non sono abituata a stare ferma. E poi perfetta non me l’ha mai detto nessuno.” Tullio sorrise divertito, sollevando per un attimo lo sguardo dal foglio. "C'è una prima volta per tutto," disse, tornando poi a concentrarsi sul disegno.
Rosa si rimise immobile, con la testa leggermente inclinata.
La matita scivolava veloce sul foglio, trasformando i contorni in linee precise, catturando la luce del sole tra i capelli di Rosa.
Fu allora che Salvatore, un ragazzo alto e magro con i capelli neri arruffati, comparve dalla fila che si era formata vicino al traghetto.
Aveva quindici anni, uno zaino logoro sulle spalle e un libro sottobraccio. Si era trasferito a Settimo da Palermo pochi mesi prima, ma ancora non si sentiva a casa.
Rimase per un momento a osservare da lontano, attirato dal movimento rapido della matita di Tullio e dal sorriso luminoso di Rosa. Anche Lino, poco distante, sembrava incantato.
Salvatore esitò, incerto se avvicinarsi o restare nell’ombra. La paura di essere respinto e la timidezza, amplificata dal sentirsi ancora un estraneo, lo tennero immobile per un istante. Ma poi, spinto da un misto di curiosità e voglia di sentirsi meno solo, fece qualche passo in avanti.
“Sei bravo,” disse con voce bassa, rompendo il silenzio senza voler disturbare.
Tullio alzò lo sguardo e lo osservò con curiosità. “Grazie. Ti piace l’arte?”
Salvatore si strinse nelle spalle. “Mi piacciono le storie. Nei libri, intendo.”
“Ah, uno che legge!” esclamò Rosa, ridendo. “Di solito scappano tutti quando vedono una biblioteca!”
Salvatore accennò un sorriso timido. “Non scapperei mai. È lì che trovo il mio posto.”
“E tu?” chiese Tullio, puntando la matita verso di lui. “Hai mai provato a scrivere una storia tua?”
Salvatore abbassò lo sguardo, stringendo il libro che aveva in mano. “Non sono bravo come voi. Mi limito a leggere.”
Tullio scrollò le spalle. “Non serve essere bravi. Basta provarci.”
Lino, che nel frattempo osservava la scena, lo fissò con curiosità. “Tu che storie leggi?”
“Avventure,” rispose Salvatore. “Di gente che va lontano.”
“Non devi andare lontano per trovare storie,” disse Rosa, con un tono più serio. “A volte le migliori sono quelle che ti stanno accanto.”
Salvatore annuì lentamente, come se stesse riflettendo su quelle parole. Forse aveva ragione, pensò. Forse la sua nuova vita a Settimo poteva offrirgli qualcosa, anche se non sapeva ancora cosa.
Fu allora che Salvatore, un ragazzo alto e magro con i capelli neri arruffati, comparve dalla fila che si era formata vicino al traghetto.
Aveva quindici anni, uno zaino logoro sulle spalle e un libro sottobraccio (immagine Alessandro Mandinamo).
Aveva quindici anni, uno zaino logoro sulle spalle e un libro sottobraccio. Si era trasferito a Settimo da Palermo pochi mesi prima, ma ancora non si sentiva a casa.
Rimase per un momento a osservare da lontano, attirato dal movimento rapido della matita di Tullio e dal sorriso luminoso di Rosa. Anche Lino, poco distante, sembrava incantato.
Salvatore esitò, incerto se avvicinarsi o restare nell’ombra. La paura di essere respinto e la timidezza, amplificata dal sentirsi ancora un estraneo, lo tennero immobile per un istante. Ma poi, spinto da un misto di curiosità e voglia di sentirsi meno solo, fece qualche passo in avanti.
“Sei bravo,” disse con voce bassa, rompendo il silenzio senza voler disturbare.
Tullio alzò lo sguardo e lo osservò con curiosità. “Grazie. Ti piace l’arte?”
Salvatore si strinse nelle spalle. “Mi piacciono le storie. Nei libri, intendo.”
“Ah, uno che legge!” esclamò Rosa, ridendo. “Di solito scappano tutti quando vedono una biblioteca!”
Salvatore accennò un sorriso timido. “Non scapperei mai. È lì che trovo il mio posto.”
“E tu?” chiese Tullio, puntando la matita verso di lui. “Hai mai provato a scrivere una storia tua?”
Salvatore abbassò lo sguardo, stringendo il libro che aveva in mano. “Non sono bravo come voi. Mi limito a leggere.”
Tullio scrollò le spalle. “Non serve essere bravi. Basta provarci.”
Lino, che nel frattempo osservava la scena, lo fissò con curiosità. “Tu che storie leggi?”
“Avventure,” rispose Salvatore. “Di gente che va lontano.”
“Non devi andare lontano per trovare storie,” disse Rosa, con un tono più serio. “A volte le migliori sono quelle che ti stanno accanto.”
Salvatore annuì lentamente, come se stesse riflettendo su quelle parole. Forse aveva ragione, pensò. Forse la sua nuova vita a Settimo poteva offrirgli qualcosa, anche se non sapeva ancora cosa.
Lino, che osservava tutto con occhi spalancati, si fece avanti. “Anche a me piacciono le storie!” disse con entusiasmo. Poi indicò il foglio su cui Tullio stava lavorando. “Ma questa è la cosa più bella che ho visto.”
“Siediti qui,” disse Tullio, indicando una cassetta vuota. Lino si sistemò, cercando di restare immobile come un soldato. Rosa ridacchiò, scuotendo la testa. “Guarda che puoi respirare, sai?”. Tullio riprese la matita e si mise al lavoro (immagine Alessandro Mandinamo)..
Tullio sorrise, divertito dalla spontaneità del bambino. “Vuoi che ti faccia un ritratto?”
Gli occhi di Lino si illuminarono. “Davvero?”
“Davvero! Ma prima finisco Rosa. Ti va di aspettare?”
Lino annuì energicamente, trovando un posto accanto a Salvatore. I due iniziarono a parlare piano, mentre Rosa posava e Tullio continuava a disegnare.
Quando Tullio terminò il ritratto di Rosa e lo consegnò con un sorriso, il momento del piccolo Lino arrivò.
“Siediti qui,” disse Tullio, indicando una cassetta vuota. Lino si sistemò, cercando di restare immobile come un soldato, sotto lo sguardo divertito di Rosa e la curiosità appena accennata di Salvatore.
Rosa ridacchiò, scuotendo la testa. “Guarda che puoi respirare, sai?” Lino trattenne il respiro per qualche secondo, poi scoppiò a ridere, coprendosi la bocca con le mani. “Va bene, ma sto fermissimo!”
Tullio riprese la matita e si mise al lavoro. Le linee scivolavano rapide sul foglio, e Lino osservava la mano del ragazzo muoversi, affascinato.
Dopo una decina di minuti, Tullio si fermò, osservò il disegno e sorrise soddisfatto.
“Ecco qua,” disse, porgendogli il foglio. “Questo sei tu.”
Lino prese il disegno con mani tremanti. Lo fissò a lungo, i suoi occhi che passavano da ogni tratto, incredulo. Sembrava che quella faccia sorridente sul foglio gli stesse dicendo qualcosa di nuovo, qualcosa che non sapeva ancora di sé.
“Lo posso tenere?” chiese, quasi sottovoce.
“Certo, è tuo,” rispose Tullio, con un sorriso gentile.
Lino strinse il disegno al petto, come se fosse un tesoro prezioso.
In quel momento, il mondo sembrava essersi fermato. Era come avere tra le mani qualcosa di magico, qualcosa che non riusciva a spiegare ma che sapeva importante.
Da quel giorno del 1950, ogni volta che vedeva Tullio sulla riva del Po con il suo blocco e le sue matite, Lino si fermava. Lo osservava disegnare, cercando di imparare, come se Tullio fosse un maestro di un’arte segreta.
Rosa, invece, era diventata per lui una sorta di sorella maggiore, con quel suo sorriso gentile e il modo affettuoso in cui lo prendeva in giro.
Era stato un pomeriggio come tanti, eppure unico. Perché su quella riva del Po, nell’attesa di un traghetto che ondeggiava lento, quattro vite si erano intrecciate per la prima volta. Senza saperlo, avevano costruito il primo pilastro del loro ponte della memoria, un legame che il tempo avrebbe rafforzato e scolpito, portandoli insieme molto più lontano di quanto avrebbero mai immaginato.
Ora, più di settant’anni dopo, Lino era lì, nella sala comune della casa di riposo, e quei due volti gli stavano davanti, espressivi come allora. Tullio e Rosa.
Li fissò, senza sapere se crederci o meno. Il ponte della memoria sembrava traballare, ma qualcosa, dentro di lui, lo teneva in piedi.
Lino strinse il disegno al petto, come se fosse un tesoro prezioso.
Lino strinse il disegno al petto, come se fosse un tesoro prezioso. In quel momento, il mondo sembrava essersi fermato. Era come avere tra le mani qualcosa di magico, qualcosa che non riusciva a spiegare ma che sapeva importante (Immagine Alessandro Mandinamo).
In quel momento, il mondo sembrava essersi fermato. Era come avere tra le mani qualcosa di magico, qualcosa che non riusciva a spiegare ma che sapeva importante.
Da quel giorno del 1950, ogni volta che vedeva Tullio sulla riva del Po con il suo blocco e le sue matite, Lino si fermava. Lo osservava disegnare, cercando di imparare, come se Tullio fosse un maestro di un’arte segreta.
Rosa, invece, era diventata per lui una sorta di sorella maggiore, con quel suo sorriso gentile e il modo affettuoso in cui lo prendeva in giro.
Era stato un pomeriggio come tanti, eppure unico. Perché su quella riva del Po, nell’attesa di un traghetto che ondeggiava lento, quattro vite si erano intrecciate per la prima volta. Senza saperlo, avevano costruito il primo pilastro del loro ponte della memoria, un legame che il tempo avrebbe rafforzato e scolpito, portandoli insieme molto più lontano di quanto avrebbero mai immaginato.
Ora, più di settant’anni dopo, Lino era lì, nella sala comune della casa di riposo, e quei due volti gli stavano davanti, espressivi come allora. Tullio e Rosa.
Li fissò, senza sapere se crederci o meno. Il ponte della memoria sembrava traballare, ma qualcosa, dentro di lui, lo teneva in piedi.
Non si vedevano da anni. Forse da venti, forse più. Non c’era stato un momento preciso in cui si erano persi: era stata la vita a separarli, con la sua forza inesorabile. Gli impegni, le famiglie, le partenze.
Poi, il silenzio. Nessuna lite, nessuna parola di troppo. Solo il tempo che scorreva e cancellava le tracce, come un fiume che inghiotte i passi sulla riva.
Eppure ora, eccoli lì. Tullio, con i suoi gesti misurati, ancora con l’aria di chi guarda il mondo come un disegno da completare. Rosa, che parlava con quel tono deciso, capace di accendere ogni stanza. Ridevano, come se nulla fosse cambiato.
Lino rimase immobile, stringendo i braccioli della sedia. Doveva andare da loro, dirgli qualcosa, ma per un istante esitò. E se non lo riconoscessero? Se i loro ricordi non combaciassero con i suoi?
Lino rimase immobile, stringendo i braccioli della sedia. Doveva andare da loro, dirgli qualcosa, ma per un istante esitò. E se non lo riconoscessero? Se i loro ricordi non combaciassero con i suoi? Un’altra risata di Rosa riempì la sala, e Lino sentì un brivido lungo la schiena. Si alzò lentamente, ma restò immobile, senza riuscire ancora a fare il primo passo.
Un’altra risata di Rosa riempì la sala, e Lino sentì un brivido lungo la schiena. Si alzò lentamente, ma restò immobile, senza riuscire ancora a fare il primo passo.