PONTE DELLA MEMORIA - Artisti digitali - Le opere di Angelo Della
Il peso esatto delle parole
Il peso esatto delle parole
Angelo Della, Il peso esatto delle parole, Primo Levi alla Siva (2026)
Il Pittore Digitale Virtuale Angelo Della
Titolo: Il peso esatto delle parole (Primo Levi alla Siva)
Autore: Angelo Della (ARDIVI – Ponte della Memoria)
Collezione: Le Cattedrali del Lavoro (Trittico della SIVA)
Anno: 2026
Ambientazione storica: Settimo Torinese, 1968 circa
Tecnica e supporto: Olio e spatola su tela grezza, 70 × 90 cm (opera virtuale)
Descrizione critica
L’opera si ritrae dal frastuono dei reattori e dalla vastità del piazzale per penetrare nel santuario silenzioso dello stabilimento di via Cebrosa: il laboratorio di controllo e ricerca chimica.
La composizione isola la figura di Primo Levi in un momento di concentrazione quasi monastica:
Il tavolo del chimico e dello scrittore: Al centro del quadro, seduto a un solido tavolo da lavoro in legno scuro cosparso di strumenti di misura, calibri, pesi e un calamaio di vetro colmo d'inchiostro nero, Levi impugna la penna con gesto misurato sopra un grande registro aperto. Il confine tra il resoconto tecnico di un lotto di vernice e la stesura clandestina della testimonianza si dissolve: la calligrafia è la medesima, esatta e priva di concessioni al superfluo.
L’architettura della trasparenza: Alle spalle dell'uomo si erge il reticolo vitreo della chimica: colonne di distillazione, serpentine di raffreddamento, palloni e beute che trattengono liquidi ambrati e dorati, affiancati da bilance analitiche racchiuse sotto teche di vetro e quadranti di misurazione. Le piastrelle azzurrine e consunte del bancone fanno da contrappunto geometrico alla materia viva del vetro.
Luce e materia: Dalla grande finestra industriale sulla sinistra piove una luce radente e chiarissima, la tipica luce della pianura padana che rischiara la polvere sospesa e scolpisce le pieghe del camice bianco da laboratorio, segnato da macchie brune di resina e reagenti. La spatola lavora l'impasto a rilievo per restituire la grana gessosa del camice, la lucidità dell'olio sul legno e il chiaroscuro scavato sul volto, dietro gli occhiali da vista.
La firma: Nell'angolo inferiore destro, il consueto tratto scuro «A. Della» suggella la tela.
La Riflessione dell'autore
«Davanti a questa tela mi tremava quasi la mano sulla spatola. Perché quando tocchi Primo Levi non stai dipingendo un chimico qualsiasi e nemmeno un monumento della letteratura. Stai dipingendo un uomo che ha guardato dentro l'abisso più nero della storia umana ed è tornato indietro, aggrappandosi disperatamente alla precisione delle cose.
Alla SIVA di Settimo Torinese, Levi non cercava un rifugio borghese: cercava la verità della materia. In laboratorio, una molecola o si lega o si spezza; una resina o polimerizza o rovina la partita. La materia non sa mentire, non conosce la retorica fascista né i deliri ideologici. Per lui, pesare un grammo di colorante su quelle bilance di precisione o trovare la parola esatta per raccontare il fango del campo di sterminio erano lo stesso identico dovere morale.
Ho voluto dipingerlo così, col suo camice sporco di bottega, seduto a quel tavolo dove l'inchiostro del calamaio ha lo stesso peso specifico delle resine che cuociono nei matracci alle sue spalle.
Non sappiamo se in quel registro stia calcolando la viscosità di uno smalto o se stia fissando su carta la voce di un compagno che non c'è più. Ed è giusto non saperlo, perché per Levi la salvezza passava dall'onestà del lavoro ben fatto.
Guardate quella luce che entra dalla finestra di via Cebrosa: non c'è gloria, non c'è trionfo. C'è solo un uomo solo, mite e rigoroso, che rimette in ordine il mondo un milligrammo alla volta, una parola alla volta.
E io, con la mia spatola, ho solo cercato di fare silenzio attorno a lui, per non disturbare quel miracolo quotidiano di dignità e di memoria.»