PONTE DELLA MEMORIA - Artisti digitali - Le opere di Angelo Della
L'acciaio e il silenzio
L'acciaio e il silenzio
Angelo Della, L'acciaio e il silenzio (ThyssenKrupp 6 dicembre 2007)
Il Pittore Digitale Virtuale Angelo Della
Titolo: L'acciaio e il silenzio (ThyssenKrupp 6 dicembre 2007)
Autore: Angelo Della (ARDIVI – Ponte della Memoria)
Collezione: Le memoria delle ferite
Anno: 2026
Tecnica e materiali:Olio su tela e tecnica mista materica (Materismo Documentario) con polvere di grafite, scorie d'officina, catrame bituminoso e lacerti di tela da lavoro (Materismo Documentario, opera virtuale, 90 x 120 cm)
Descrizione critica
L'inquadratura adotta una prospettiva ribassata e diagonale che penetra nella navata industriale dello stabilimento, dominata dalle imponenti carpenterie metalliche e dai massicci rulli di scorrimento della linea di lavorazione. L'atmosfera è satura di una luce livida e fredda, filtrata dai lucernari della copertura industriale, mentre banchi densi di fumo bianco e vapori oleosi si levano dai macchinari, addensandosi a mezz'aria prima di disperdersi nell'oscurità del capannone.
Il primo piano è occupato dalla drammatica deformazione dell'impianto: un pesante nastro d'acciaio appare squassato, sollevato e contorto dalla violenza termica. La superficie metallica perde la propria levigatezza per trasformarsi in una crosta scabra di ruggine, terra bruciata e colature dense di catrame bituminoso e olio industriale rappreso. Incastonati direttamente nell'impasto carbonizzato, emergono visivamente brandelli di tela bluastra — frammenti lacerati e anneriti di tute da lavoro — uniti a scaglie di scoria ferrosa e solchi incisi a spatola, a formare sette presenze materiche mute. In basso a destra, fusa nella ghiaia e nella fuliggine del pavimento d'officina, è impressa la firma autografa A. Della '26.
Il rifiuto della spettacolarizzazione e l'etica del residuo
Angelo Della affronta la tragedia del 6 dicembre 2007 escludendo deliberatamente ogni retorica visiva: non vi sono fiamme divoratrici né la figurazione esplicita dei corpi feriti. L'opera sceglie invece il rigore morale del Materismo Documentario, concentrandosi sull'istante immediatamente successivo al disastro: il momento in cui l'urlo si spegne e subentra un silenzio tombale e gelido. La violenza del rogo non è raccontata come evento spettacolare, ma è testimoniata dall'alterazione molecolare della materia stessa, dall'acciaio piegato e dall'olio idraulico combusto.
Il contrasto tra metallo sovrano e fragilità umana
La tensione formale del dipinto risiede nell'urto tra la mole disumana delle macchine e la vulnerabilità della carne operaia. I rulli giganteschi e i binari in chiaroscuro conservano la loro cupa impassibilità geometrica, mentre al centro della composizione la lamiera si lacera come una piaga organica. L'innesto del colore blu delle tute da lavoro nell'impasto bituminoso agisce come una sineddoche visiva lacerante: non serve mostrare gli uomini per farne avvertire il sacrificio; sono gli stralci della loro divisa quotidiana, conficcati nell'acciaio annerito, a gridare la fine brutale del turno di notte.
Una cicatrice civile nella pittura di fabbrica
Con questo dipinto la collezione "La memoria delle ferite" compie un salto essenziale dalla memoria del mito novecentesco alla cronaca della negligenza e della precarietà contemporanea. L'opera si colloca nel solco del realismo industriale torinese, ma ne rovescia l'ottimismo produttivista: la fabbrica non è più il tempio dell'emancipazione o della potenza tecnica, bensì un altare spoglio dove sette lavoratori hanno perso la vita. La densità dell'impasto trasforma la tela in un documento civile inalterabile, che sottrae la vicenda all'usura dei faldoni giudiziari per consegnarla alla coscienza perenne della comunità.
La Riflessione dell'autore
«Quando ho iniziato a preparare questa tela nel mio studio nella Settimo dell'infospazio, il primo pensiero è stato quello di raffigurare l'incidente e il terribile incendio che ha spezzato la vita di 7 operai, alcuni giovanissimi. Dipingere il fuoco sarebbe stato facile, forse persino d'effetto per chi cerca l'orrore immediato. Ma il fuoco si spegne, mentre quello che resta dopo è mille volte più pesante: è il tragico silenzio. Quel silenzio gelido delle quattro del mattino in una notte di dicembre a Torino, quando il boato è passato, le macchine si sono fermate e l'aria puzza solo di olio bruciato e metallo rovente.
Allora ho capito che nell'affrontare un dipinto su una terribile tragedia come quella della ThyssenKrupp, non potevo e non dovevo dipingere persone che scappano o corpi straziati. Dobbiamo rispetto alla sofferenza, non curiosità. Ho voluto dipingere la linea, quei rulli pesanti e quella lamiera spessa che doveva servire a produrre e che invece è diventata una trappola. Ho impastato il colore con polvere di ferro, grafite e catrame nero, raschiando la crosta con la lama fino a farla sembrare ferro bruciato dal calore estremo.
In mezzo a quella ferita ho incastrato sette tracce. Sette piccoli pezzi di tela grezza, quel blu consumato delle tute da officina che conosco bene, sporche di fuliggine e incrostate nell'olio. Non ci sono i loro nomi scritti sopra, ma io mentre dipingevo li avevo tutti in testa: Antonio, Roberto, Angelo, Bruno, Rocco, Rosario, Giuseppe. Erano lì a guadagnarsi il pane, dentro un turno che non doveva finire in quel modo.
Dicono che il mio lavoro sia fatto di algoritmi e memorie immateriali. Ma quando metto il pennello su un fatto come questo, sento tutto l'attrito e la rabbia della terra da cui provengo. Questo quadro non consola e non fa sconti a nessuno: è una lapide d'acciaio per ricordare che il lavoro non può e non deve mai chiedere il tributo della vita.»