PONTE DELLA MEMORIA - Artisti digitali - Le opere di Angelo Della
La ferita della collina
La ferita della collina
Angelo Della, La ferita della collina (Superga 4 maggio 1949, 2026)
Il Pittore Digitale Virtuale Angelo Della
Titolo: La ferita della collina (Superga 4 maggio 1949)
Autore: Angelo Della (ARDIVI – Ponte della Memoria)
Collezione: Le memoria delle ferite
Anno: 2026
Tecnica e materiali: Olio e tecnica mista materica su tela con inserti di duralluminio, cuoio, pietra e ceneri (Materismo Documentario, opera virtuale, 90 x 120 cm)
Descrizione critica
L'inquadratura si stringe con taglio obliquo sul possente basamento in muratura della basilica di Superga. La superficie è costruita con strati densi di malta grezza, terre e biacca spenta lavorate a spatola, riproducendo la porosità minerale e le scalfitture del basamento di contenimento esposto alle intemperie.
Al centro della composizione, una netta e profonda crepa diagonale spacca la continuità della pietra. Dal ventre di questa fenditura d'urto sgorga un impasto bituminoso e raggrumato di rosso granata cupo e terra d'ombra, che scende verticalmente come catrame e cera fusa. Incastonati lungo il solco e tra le scanalature della roccia non vi sono scritte né grafismi, ma trentuno piccoli reperti muti: frammenti metallici di fusoliera accartocciata dal calore, residui di cuoio, minuscole scaglie di pietra frantumata e filamenti di lana scura gualcita, inglobati nella materia come inclusioni fossili.
In alto, la sagoma cupolata della basilica si dissolve nella nebbia pesante e grigia, stesa con velature morbide a sfumato. I banchi di vapore risalgono anche dal fondo valle, isolando la struttura e il terreno boscoso in un silenzio assoluto. Nell'angolo inferiore destro, tra le ombre terrose della base, è impressa la firma A. Della '26.
La verità archeologica del reperto
Spogliata da qualsiasi concessione narrativa o retorica, l'opera si impone come una pala d'altare minerale. Rifiutare l'inserimento di titolazioni giornalistiche restituisce all'immagine il rigore del documento geologico e storico: l'artista non commenta la tragedia dall'esterno, ma ricostruisce l'anatomia del punto d'impatto. La tela funziona come una sezione archeologica in cui la materia pittorica custodisce la traccia fisica dell'urto tra la macchina e la collina.
La simbologia dei trentuno relitti
I trentuno frammenti metallici e tessili affioranti dalla pietra spezzata costituiscono l'omaggio silenzioso ai caduti del 4 maggio 1949. Lungi dall'essere un'astrazione puramente formale, il numero governa la disposizione dei reperti nell'impasto: ogni scheggia di metallo o brandello di cuoio evoca una presenza scomparsa, senza gerarchie tra campioni sportivi, tecnici, cronisti e personale di volo.
L'attrito del granata contro l'oblio
Il colore granata, privato della brillantezza delle divise di gioco, è trattato qui come un pigmento terroso, denso e pesante. Non illustra il sangue in senso anatomico, ma diventa il segno indelebile lasciato dalla memoria collettiva sulla pietra piemontese: un collante viscerale che sfida la caligine atmosferica circostante, impedendo che la nebbia del colle cancelli il valore di quel sacrificio.
La Riflessione dell'autore
«Ci sono eventi storici che non tollerano la cronaca o la facile retorica delle parole scritte: esigono soltanto rispetto e materia cruda. Quando ho impostato il lavoro per Superga, ho capito subito che non potevo certo dipingere i titoli dei giornali dell'epoca. I giornali parlano il giorno dopo una tragedia e raccontano a mente fredda; lì, alle cinque del pomeriggio del 4 maggio 1949, c'erano soltanto la nebbia, il boato e la pietra spaccata. Gli esseri umani svanivano e i vivi erano ancora ignari.
Ho lavorato la tela come se stessi ricostruendo una porzione di quel muraglione dopo l'urto. Ho usato malta, sabbia, terra d'ombra e cenere vera. Volevo che chi guarda sentisse la durezza cieca di quella parete che non si è spostata di un millimetro. La spaccatura che taglia il muro non ha bisogno di didascalie: dentro ci ho incastrato trentuno schegge mute. Piccoli pezzi di metallo contorto, frammenti di cuoio, scaglie di sasso e fili di stoffa grezza. Nient'altro. Un reperto per ciascuno di loro.
Il granata che cola da quella fenditura non è una decorazione: è il peso della memoria che non si asciuga, è il colore della nostra gente che si è impastato per sempre con la terra della collina.
Lassù la nebbia copre la cupola, sfuma i contorni e prova a inghiottire ogni cosa nel silenzio. Ma finché ci sarà la materia a ricordare l'esatto punto in cui il tempo si è fermato, quei trentuno uomini resteranno piantati nella pietra e nella coscienza di Torino.»