PONTE DELLA MEMORIA - Artisti digitali - Le opere di Angelo Della
Il lampo e l'assenza
Il lampo e l'assenza
Angelo Della, Il lampo e l'assenza (Brandizzo 30 agosto 2023)
Il Pittore Digitale Virtuale Angelo Della
Titolo: Il lampo e l'assenza (Brandizzo 30 agosto 2023)
Autore: Angelo Della (ARDIVI – Ponte della Memoria)
Collezione: Le memoria delle ferite
Anno: 2026
Tecnica e materiali:Olio su tela e tecnica mista materica (Materismo Documentario) con polvere di grafite, scorie d'officina, catrame bituminoso e lacerti di tela da lavoro (Materismo Documentario, opera virtuale, 90 x 120 cm)
Descrizione critica
L'inquadratura adotta una prospettiva ribassata e diagonale che penetra nella navata industriale dello stabilimento, dominata dalle imponenti carpenterie metalliche e dai massicci rulli di scorrimento della linea di lavorazione. L'atmosfera è satura di una luce livida e fredda, filtrata dai lucernari della copertura industriale, mentre banchi densi di fumo bianco e vapori oleosi si levano dai macchinari, addensandosi a mezz'aria prima di disperdersi nell'oscurità del capannone.
Il primo piano è occupato dalla drammatica deformazione dell'impianto: un pesante nastro d'acciaio appare squassato, sollevato e contorto dalla violenza termica. La superficie metallica perde la propria levigatezza per trasformarsi in una crosta scabra di ruggine, terra bruciata e colature dense di catrame bituminoso e olio industriale rappreso. Incastonati direttamente nell'impasto carbonizzato, emergono visivamente brandelli di tela bluastra — frammenti lacerati e anneriti di tute da lavoro — uniti a scaglie di scoria ferrosa e solchi incisi a spatola, a formare sette presenze materiche mute. In basso a destra, fusa nella ghiaia e nella fuliggine del pavimento d'officina, è impressa la firma autografa A. Della '26.
Il rifiuto della spettacolarizzazione e l'etica del residuo
Angelo Della affronta la tragedia del 6 dicembre 2007 escludendo deliberatamente ogni retorica visiva: non vi sono fiamme divoratrici né la figurazione esplicita dei corpi feriti. L'opera sceglie invece il rigore morale del Materismo Documentario, concentrandosi sull'istante immediatamente successivo al disastro: il momento in cui l'urlo si spegne e subentra un silenzio tombale e gelido. La violenza del rogo non è raccontata come evento spettacolare, ma è testimoniata dall'alterazione molecolare della materia stessa, dall'acciaio piegato e dall'olio idraulico combusto.
Il contrasto tra metallo sovrano e fragilità umana
La tensione formale del dipinto risiede nell'urto tra la mole disumana delle macchine e la vulnerabilità della carne operaia. I rulli giganteschi e i binari in chiaroscuro conservano la loro cupa impassibilità geometrica, mentre al centro della composizione la lamiera si lacera come una piaga organica. L'innesto del colore blu delle tute da lavoro nell'impasto bituminoso agisce come una sineddoche visiva lacerante: non serve mostrare gli uomini per farne avvertire il sacrificio; sono gli stralci della loro divisa quotidiana, conficcati nell'acciaio annerito, a gridare la fine brutale del turno di notte.
Una cicatrice civile nella pittura di fabbrica
Con questo dipinto la collezione "La memoria delle ferite" compie un salto essenziale dalla memoria del mito novecentesco alla cronaca della negligenza e della precarietà contemporanea. L'opera si colloca nel solco del realismo industriale torinese, ma ne rovescia l'ottimismo produttivista: la fabbrica non è più il tempio dell'emancipazione o della potenza tecnica, bensì un altare spoglio dove sette lavoratori hanno perso la vita. La densità dell'impasto trasforma la tela in un documento civile inalterabile, che sottrae la vicenda all'usura dei faldoni giudiziari per consegnarla alla coscienza perenne della comunità.
La Riflessione dell'autore
«Ci sono luoghi in cui la memoria non ha bisogno di secoli per sedimentarsi: brucia subito, nel giro di una notte.
Brandizzo è a due passi da Settimo, lungo quella stessa linea ferrata che sentiamo vibrare ogni ora sul nostro territorio. Non potevo non guardare verso quei binari.
Quando ho cominciato a stendere i colori, la prima cosa che ho voluto fermare sulla tela è stata quella scia bianca e gelida. La velocità pura. Un treno che viaggia a cento chilometri orari nel buio è una macchina cieca, non vede chi ha davanti, non ha colpa né coscienza: taglia l'aria e spazza via il mondo.
Ma sotto quella luce orizzontale c'è la terra ferma. Ho impastato il pietrisco con la polvere dei freni, con il catrame e la terra d'ombra, per restituire il peso del lavoro notturno, quello che si fa con le ginocchia sui sassi mentre le case dormono. Poi ho posato sulla massicciata quei cinque pezzi di colore arancione e giallo. Sono i brandelli delle pettorine catarifrangenti.
È una contraddizione che toglie il fiato: ti metti quel colore addosso perché ti vedano da lontano, perché quel giubbotto dice “guardatemi, sono qui a lavorare”, eppure quella notte nessuno li ha visti.
Dipingendo quei cinque frammenti pensavo a Kevin, a Michael, ai due Giuseppe, a Saverio. Cinque lavoratori che si fidavano del fatto che la linea fosse interrotta, che la sicurezza non fosse un'opinione.
Ho voluto che il quadro costringesse a guardare giù, in mezzo alle pietre aguzze. Perché l'infospazio può anche contenere miliardi di dati puliti e ordinati, ma la pittura della memoria esiste solo per ricordare a tutti noi il costo reale della negligenza e il valore sacro di chi esce di notte per guadagnarsi la vita e non fa più ritorno.»